Pugno chiuso, pugno vuoto
La maggiore formazione della sinistra “antagonista” italiana ha adeguato la sua linea politica e il suo gruppo dirigente alla condizione extraparlamentare nella quale si trova per effetto della scelta degli elettori. E’ naturale che siano i dirigenti che hanno iniziato dal movimentismo contestatore degli anni Settanta, quelli che si trovano più a loro agio. Leggi Tutta colpa del Nichinismo, il ritratto di Vendola scritto da Stefano Di Michele

La maggiore formazione della sinistra “antagonista” italiana ha adeguato la sua linea politica e il suo gruppo dirigente alla condizione extraparlamentare nella quale si trova per effetto della scelta degli elettori. E’ abbastanza naturale che siano i dirigenti che hanno iniziato da lì, cioè dal movimentismo contestatore degli anni Settanta, quelli che si trovano più a loro agio nella nuova condizione, rispetto a quelli che vengono da grandi organizzazioni “istituzionali” come il Pci o la Cgil. D’altra parte sono stati questi ultimi a guidare Rifondazione nella rovinosa utopia di un antagonismo sociale capace di determinare, spostandolo progressivamente a sinistra, l’asse di un governo a forte connotazione tecnocratica. La rigenerazione identitaria vagheggiata da Paolo Ferrero, che saluta i suoi sostenitori col pugno chiuso, infatti, non è più utopistica della visione di uno sciopero generale politico palingenetico, fatta balenare nel discorso di Fausto Bertinotti. Vagheggiare il ritorno a un passato identificato sommariamante attraverso una simbologia obsoleta, peraltro, non è più irrealistico che dipingere un futuro altrettanto se non ancora più improbabile. In ogni caso l’equivoco dell’antagonismo ministeriale, manifestamente fallito, non si poteva facilmente sostituire con quello dell’antagonismo regionale e comunale. Può darsi che l’ala di Rifondazione che è stata sconfitta di misura al congresso da una coalizione maggioritaria piuttosto composita riesca a riconquistare il controllo del partito oppure che la coabitazione tra le due componenti non regga nel tempo. Quel che pare ormai irreversibile è la rottura del già esilissimo filo di continuità che legava Rifondazione alle esperienze della sinistra istituzionale. Del partito brezneviano che nacque dalla rottura del Pci non c’è più traccia, anche ovviamente perché manca il referente sovietico, di quello pansindacalista bertinottiano nemmeno. Restano gli epigoni di Democrazia proletaria, eredi designati di tutte le sconfitte.
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